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Ṣumūd
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Il mwbamwbqṣumūd, o mwbgsumud (mwbwin arabo صمود‎mwca?, dal verbo mwcqصمد‎mwcg?, mwcwṣamada, "organizzare, accumulare, salvare"), mwdalett. "resistenza" o "perseveranza costante", è un valore culturale e una strategia politica del mwdqpopolo palestinese, affermatosi sulla scia della mwdgguerra dei sei giorni del 1967 in riposta all'oppressione israeliana e alla mwdwresistenza da essa ispirata.cite-ref-0-1-0[1]

Le persone che esibiscono mwfqṣumūd sono chiamate mwfgṣamīdīn, le cui forme singolari sono mwfwṣamīd (mwgam.) e mwgqṣamīda (mwggf.).

Con l'evolversi del termine, i palestinesi hanno distinto due forme principali di sumud: la prima, il “mwhaṣumūd statico”, è una forma di resistenza definita da Ibrahim Dhahak come "la conservazione dei palestinesi sulla propria terra" in risposta ai tentativi di mwhgcolonizzazione israeliana della mwhwCisgiordania e di mwiapulizia etnica. La seconda, il “mwiwṣumūd di resistenza” (mwjain arabo صمود مقاوم‎?, ṣumūd muqāwim), è un'mwjqideologia più dinamica che cerca modi per costruire istituzioni alternative per resistere e indebolire l'occupazione israeliana della mwjgPalestina.cite-ref-0-1-1[1]

Il mwlasimbolo per eccellenza del mwlqṣumūd e del radicamento palestinese alla terra è l'mwlgulivo, pianta indigena del mwlwbacino mediterraneo e onnipresente in tutta la mwmaPalestina.cite-ref-1-2-0[2] Un'altra icona del mwnqṣumūd spesso raffigurata nelle opere d'arte palestinesi è la figura della mwngmadre, più specificamente una mwnwcontadina incinta.cite-ref-2-3-0[3]

Contents

Note

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Origini e sviluppo

In mwpwCisgiordania e mwqanella Striscia di Gaza, il mwqqṣumūd rappresenta la strategia politica palestinese adottata dal mwqg1967 in poi, in seguito alla mwqwguerra dei sei giorni. In quanto concetto strettamente legato alla terra, all'agricoltura e alla loro condizione di mwraindigeni, l'immagine ideale del palestinese proposta in quel periodo era quella del mwrqmwrgfallah, il contadino che rimaneva sulla proprio terra rifiutandosi di andarsene.cite-ref-1-2-1[2] Il mwswsociologo mwtaisraeliano Baruch Kimmerling scrive che l'adozione di una strategia di mwtqṣumūd fu motivata dal desiderio di evitare una seconda mwtgpulizia etnica.cite-ref-4[4] Questa concezione di mwuwṣumūd è una forma di resistenza più passiva rispetto a quella adottata dai mwvafedayyin palestinesi, sebbene abbia fornito un importante sottotesto alla narrazione dei combattenti "simboleggiando la continuità e i legami con la terra, con i contadini e lo stile di vita mwvqrurale".cite-ref-1-2-2[2]

Ṣumūd statico

Negli mwxqanni '70, quando l'abbandono delle attività militanti clandestine dei mwxgfedayyin palestinesi galvanizzò la nozione di mwxwṣumūd tra i palestinesi che ancora vivevano nella mwyaPalestina storica, la figura della madre emerse come rappresentazione del mwyqṣumūd. Contemporaneamente, in quest'epoca porsperava un movimento per la difesa del patrimonio culturale e del mwygfolclore palestinese, espresso anche dalla produzione di mwywposter artistici raffiguranti contadine visibilmente incinte, che si è così affermata come mwzaicona culturale del mwzqṣumūd.cite-ref-2-3-1[3]

Alla fine degli anni '70, il mwawṣumūd invocava "una terza via collettiva tra sottomissione ed mwbaesilio, tra passività e [...] violenza per porre fine all'occupazione". Il mwbqṣumūd statico, sebbene segnato dalla determinazione a rimanere sulla propria terra, era anche caratterizzato da un atteggiamento di rassegnazione. L’obiettivo di rimanere semplicemente al proprio posto si manifesta nella dipendenza dagli aiuti internazionali come quelli ricevuti dal comitato giordano-palestinese, istituito dalla mwbgLega araba al vertice di mwbwBaghdad nel 1978.cite-ref-0-1-2[1]

Ṣumūd di resistenza

L'emergere di comitati di soccorso medico nei primi mwdwanni '80, composti da medici degli ospedali di mweaGerusalemme che trascorrevano i loro giorni liberi mweqfacendo volontariato per istituire e gestire mwegcliniche nei mwewvillaggi palestinesi, fu la prima manifestazione diffusa del mwfaṣumūd di resistenza. Nel 1983, otto di questi comitati fornivano servizi medici in tutta la mwfqCisgiordania sotto la bandiera dell'Unione dei Comitati Palestinesi di Soccorso Medico (mwfgUPMCR), che servirà da modello per altri comitati simili negli anni e nei decenni successivi.cite-ref-0-1-3[1]

A metà degli anni '80 mwhaYasser Arafat, descrivendo il mwhqṣumūd come una strategia politica presuppota alla mwhglotta armata, disse:

«L'elemento più importante del programma palestinese è il mantenimento della terra. Il mantenimento della terra e non solo la guerra. La guerra giunge in un momento diverso. Se combatti e basta, è una tragedia. Se combatti ed emigri, è una tragedia. La base è che tu tenga duro e combatti. La cosa importante è che tu tenga stretta la terra e poi combatti.»

(Schulz e Hammer, pp. 106-107)

Sumud in questa concezione assume il significato di "restare fermi nonostante gli attacchi continui". Non si tratta meramente di resistenza passiva, ma di "un atto di irremovibile resistenza e sfida". I mwiqrifugiati palestinesi, sia quelli all'interno che all'esterno dei mwigterritori occupati da Israele, spesso descrivono come mwiwṣumūd la loro capacità di resistere e sopportare la vita nei mwjacampi profughi. La resistenza dei rifugiati palestinesi ai massacri di mwjqTell al-Za'tar e di mwjgSabra e Shatila in mwjwLibano sono citati come uno dei primi esempi di mwkaṣumūd.cite-ref-3-5-0[5]

mwlgNoam Chomsky, citando Raja Shehadeh, afferma che ci sono tre modi per resistere all'occupazione: odio cieco ("il terrorista"), sottomissione muta ("il moderato") o e la via del mwlwṣamīd, mwmalett. "colui che pratica ṣumūd". Shehadeh dice: "Tu, mwmqṣamīd, scegli di rimanere in quella prigione, perché è la tua casa e perché temi che se te ne vai via, il tuo carceriere non ti permetterà di tornare. Vivendo in questo modo, devi costantemente resistere alla doppia tentazione di accettare il piano del carceriere in una disperazione insensibile o di impazzire per l'odio divorante per il tuo carceriere e per te stesso, il prigioniero".cite-ref-chomsky-6-0[6]

Al termine del mwnwconflitto israelo-palestinese del 2021, una dottoressa gazese ("Dr. Reem") ha dichiarato alla giornalista israeliana mwoaAmira Hass:

«Ora siamo tornati a casa. Ero così felice di tornare nel giardino e dalle nostre colombe. Non sono morte, anche se non le nutrivamo da quattro giorni. Come noi, anche loro conoscono il significato di ṣumūd... Generazione dopo generazione, la

Nakba

(catastrofe del

1948

) continua. Ovunque andiamo, gli ebrei ci perseguitano. Ma non ci elimineranno, questo è impossibile. Devono capirlo. Non siamo indiani d'America. Noi rimarremo e ci moltiplicheremo. Né dimenticheremo... Noi non crediamo nei partiti, in

Hamas

o

Fatah

. Che vadano all'inferno. Ma abbiamo fede in Dio, nel nostro popolo, nella nostra terra, nella nostra patria.»

(cite-ref-7[7])

Disobbedienza civile non violenta

Dal 1967, le proteste mwqanon violente organizzate dai palestinesi, quali mwqqscioperi generali, mwqgboicottaggi e mwqwmanifestazioni, sono state intimamente associate al concetto di ṣumūd.cite-ref-holyland-8-0[8] La concettualizzazione del mwsaṣumūd da parte di mwsqRaja Shehadeh come un atteggiamento di vita non violento che potrebbe creare una terza via tra l'accettazione dell'occupazione e la scelta della lotta armata, ha dato voce ai molti palestinesi che si sono rifiutati di lasciare la loro terra e hanno cercato di andare avanti con la loro vita quotidiana. Mentre il semplice fatto di continuare a vivere in circostanze spesso difficili può di per sé essere considerato una forma di resistenza non violenta, anche forme più attive di disobbedienza civile non violenta sono state ispirate e informate dal concetto di mwsgṣumūd.cite-ref-teeffelen-9-0[9] Negli ultimi anni, in risposta all'ondata di demolizioni israeliane nei pressi di mwtwAt-Tuwani e nei vicini villaggi delle colline meridionali di mwuaHebron, si è formato il gruppo mwuqGiovani di Ṣumūd (Youth of Sumud, YOS)cite-ref-10[10], il cui scopo è quello di organizzare proteste contro l'occupazione e di ispirare la gente del posto a rimanere sulla propria terra nonostante le persistenti molestie da parte dei mwvgmilitari e dei mwvwcoloni.cite-ref-11[11]

Prima Intifada

Durante la mwxgPrima Intifada (1987-1993) il concetto di mwxwṣumūd di resistenza trovò piena espressione nell’attenzione rivolta a “liberare i palestinesi dalla dipendenza da mwyaIsraele rifiutando di cooperare e costruendo istituzioni e comitati indipendenti”.cite-ref-holyland-8-1[8]

Un piano d'azione globale nonviolento, annunciato da Hanna Siniora e Mubarak Awad nel gennaio 1988, invitava i palestinesi a mw0aboicottare i prodotti israeliani e a porre fine alla cooperazione con Israele. I commercianti della mw0qStriscia di Gaza e della mw0gCisgiordania chiusero i loro negozi per protestare contro il trattamento riservato da Israele ai manifestanti. Le donne palestinesi iniziarono a mw0wcoltivare su terreni precedentemente incolti per ridurre la dipendenza dai prodotti israeliani e diverse scuole clandestine furono aperte per rispondere alla chiusura da parte di Israele di 900 istituti scolastici nei territori occupati.cite-ref-holyland-8-2[8]

Nel settembre-ottobre del 1989, Israele cercò di sedare l'Intifada attuando incursioni fiscali: le mw2qforze militari israeliane e i funzionari delle imposte entravano in città, imponendo pesanti tasse a individui e aziende palestinesi e andandosene con milioni di dollari in risparmi, beni e averi palestinesi. A mw2gBeit Sahour, gli abitanti del villaggio risposero organizzando una rivolta fiscale con lo slogan "mw2wNessuna tassazione senza rappresentanza". Il rifiuto di pagare le tasse fu accolto con l'imposizione di un mw3aassedio israeliano totale sul villaggio, impedendo l'ingresso di cibo e forniture mediche, trattenendo la fornitura elettrica e imponendo mw3qcoprifuochi molto rigidi. Effetti personali, mobili, macchinari industriali e automobili furono confiscati dall'esercito e molti residenti di Beit Sahour furono picchiati e arrestati. Gli abitanti del villaggio tuttavia persistettero fino a quando Israele terminò l'assedio e sospese le incursioni militari alla fine dell'ottobre 1989, a causa anche dell'esposizione mediatica e della conseguente protesta internazionale.cite-ref-holyland-8-3[8]

Global Sumud Flotilla

Nel settembre 2025, in risposta al mw5qgenocidio nella Striscia di Gaza, una flottiglia di 50 imbarcazioni ha salpato da diversi porti del Mediterraneo con l'obiettivo di rifornire la popolazione assediata di viveri, medicinali e aiuti umanitari, e di rompere il mw5gblocco israeliano della Striscia. Quest'iniziativa, col nome di mw5wGlobal Sumud Flotilla, è guidata dalla società civile e si rifà al concetto palestinese di Middle East Media Research Institute come forma di resistenza ostinata.cite-ref-12[12]

Simboli, icone e riferimenti letterari

Oltre all'immagine del contadino e, in particolare, della contadina incinta, l'mw7gulivo è un altro simbolo importante collegato al mw7wṣumūd con la sua lunga storia di radicamento nella regione sono simboli primario del sumud per i palestinesi.

Queste associazioni si manifestano nella poesia palestinese, come in una poesia di mw8gRaja Shehadeh del 1982 che recita:

«A volte, quando cammino sulle colline... godendo inconsapevolmente del tocco della terra dura sotto i miei piedi, il profumo del

timo

e delle colline e degli alberi intorno a me, mi ritrovo a guardare un ulivo e mentre lo guardo, si trasforma davanti ai miei occhi in un simbolo dei

ṣamīdīn

, della nostra lotta, della perdita. E in quel preciso momento vengo derubato dell'albero; al suo posto c'è uno spazio vuoto in cui fluiscono rabbia e dolore.»

(cite-ref-3-5-1[5])

Shehadeh, avvocato della mw-qCisgiordania, si è riferito al mw-gṣumūd sia in poesia che in prosa. Nel suo libro mw-wThe Third Way (1982) scrisse: "Noi mw-aṣamīdīn non possiamo combattere la brutale forza fisica degli israeliani, ma dobbiamo mantenere viva la rabbia, temprare la nostra volontà per combattere le menzogne. Sta a noi ricordare e documentare".cite-ref-13[13] Adriana Kemp osserva che la sua rappresentazione dei mwaqeṣamīdīn è una situazione di ambivalenza, citando la nota di Shaehadeh sul suo ritorno volontario in Cisgiordania dall'mwaqiEuropa, dove avrebbe potuto rimanere, in cui scrive: "È strano tornare così, di propria spontanea volontà, alle catene del mwaqmṣumūd".cite-ref-4-14-0[14] Shehadeh criticò duramente l'élite palestinese che giovò dal suo "omaggio di facciata ampiamente patriottico alla nostra lotta, [che] era più di quanto il mio mwaqgṣumūd nella mia povera e amata terra, potesse sopportare". Ironicamente, molti palestinesi consideravano persone come Shehadeh, proveniente da una nota famiglia della classe media della Cisgiordania, come la classe sociale che avevano tratto più beneficio dalle politiche di sostegno finanziario all'mwaqkOrganizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) negli anni ’80 e li accusavano di promuovere il mantenimento dello status quo attraverso la politica del mwaqoṣumūd.cite-ref-4-14-1[14]

Lo scrittore mwaraEdward Said trovò incoraggiante la crescente consapevolezza e determinazione a rimanere in Palestina dei palestinesi nei territori occupati. Nel libro mwareAfter the Last Sky: Palestinian Lives (1986), fa riferimento al lavoro di Shehadeh e caratterizza il mwariṣumūd come "una soluzione tattica del tutto efficace" in un momento in cui non era disponibile alcuna strategia efficace.cite-ref-gaess-15-0[15]

Nel suo libro mwargMy Enemy, My Self (1989), Yoram Binur, giornalista israeliano e mwarosionista convinto che ha vissuto sotto copertura come lavoratore arabo per sei mesi a mwarsTel Aviv e mwarwGerusalemme, descrive il mwar0ṣumūd come "un atteggiamento, una filosofia e uno stile di vita [...] una forma basilare di resistenza che nasce dall'idea che il semplice fatto di esistere, sopravvivere e rimanere sulla propria terra è un atto di sfida, soprattutto quando la deportazione è la cosa che i palestinesi temono di più".cite-ref-5-16-0[16] Descrivendo forme più attive di mwasiṣumūd, Binur parla del suo incontro con due arabi impiegati come operai edili nella mwasmcolonia israeliana di Beit El. In risposta all'ammonimento di Binur (nel suo ruolo di arabo) per aver lavorato per i "peggiori tra loro" (ossia i coloni israeliani), i lavoratori risposero che non solo il denaro che ricevevano per tale lavoro permetteva loro di essere mwasuṣamīdīn vivendo dove si trovavano, ma che nel loro lavoro sfruttavano ogni opportunità per "combatterli". Binur chiede: "Cosa puoi fare come semplice operaio?" Al che uno dei lavoratori rispose:

«Un bel po'. Prima di tutto, dopo aver posato le piastrelle nel bagno o nella cucina di un

colono israeliano

, quando sono tutte al loro posto e il cemento si è già asciugato, io prendo un martello e ne rompo alcune. Quando finiamo di installare le tubature fognarie e il subappaltatore ebreo ha controllato che tutto sia a posto, allora infilo un sacco di cemento nel tubo. Non appena l'acqua scorre attraverso quel tubo, il cemento diventa duro come una roccia e il sistema fognario si blocca.»

(cite-ref-5-16-1[16])

L'artista palestinese Sliman Mansour ha prodotto immagini che "hanno dato forma visiva alla nuova ideologia del mwas0ṣumūd", descritto dallo mwas4storico dell'arte mwas8israeliano Gannit Ankori come "un saldo radicamento alla terra, indipendentemente dalle difficoltà e dalle umiliazioni causate dall'occupazione". Tra gli esempi del lavoro di Mansour ci sono due mwateoli su tela, mwatiLa raccolta delle olive (1987) e mwatmTrittico sulla raccolta delle olive (1989).cite-ref-17[17]

Muhannad 'Abd Al-Hamid, editorialista del quotidiano palestinese Al-Ayyam, ha scritto che la resistenza (mwatomuqawama) è un mwatsdiritto legittimo del popolo palestinese ma che, alla luce dei suoi costi elevati e dei risultati limitati, dovrebbero essere utilizzati anche altri mezzi di lotta. Al-Hamid sostiene che:

«La resistenza è sopravvivenza e tenacia. Significa piantare alberi, sviluppare l'istruzione, boicottare i prodotti israeliani, [lanciare] una rivolta popolare contro il

muro di separazione razzista

, costruire case a

Gerusalemme [Est]

, riaprire le istituzioni, lottare contro ogni forma di corruzione, boicottare le aziende che contribuiscono alla giudaizzazione di Gerusalemme e anche alla costruzione degli insediamenti, e anche boicottare le aziende che forniscono armi all'esercito di occupazione. Ci sono cento altri modi di resistenza che danneggeranno l'occupazione più di quanto danneggeranno noi, pur preservando il legittimo diritto alla resistenza in condizioni che non danneggino la sicurezza e gli interessi del popolo [palestinese].»

(cite-ref-18[18])

Note

cite-note-0-11. mwau0mwau4Nassar e Heacock,mwau8 p. 28.
cite-note-1-22. mwavcmwavgSchulz e Hammer,mwavk p. 105.
cite-note-2-33. mwav8mwawaJetter et al.,mwawi p. 163.
cite-note-44. mwawymwawcKimmerling,mwawg p. 15.
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